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UNA NUOVA VITA

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08 Apr UNA NUOVA VITA

Era l’anno 1942. Era tornato il solito caldo e silenzioso pomeriggio d’estate. John se ne stava in camera sua senza far niente. Beh, non proprio senza far niente. Stava pensando. Pensava a come poteva essere la sua vita se fosse stato da solo. A distrarlo fu la sirena che avvisava l’arrivo degli aerei che dovevano bombardare. – Oh no! – balbettò John. Scappò in cucina e vide sua madre e suo padre che spostavano cose di qua e di là. – John va nel rifugio! – gli ordinò suo padre, – Ma, ma voi… – disse John, – Noi ti raggiungeremo subito, ma adesso va, va! – aggiunse sua madre. John corse nel rifugio e cominciò a contare, se arrivava fino a dieci voleva dire che le bombe non lo avevano colpito, ma lui arrivò solo fino a sette.

Non era morto, ma solo ferito. Respirava a fatica. Quando fu sicuro che gli aerei se ne erano andati, uscì dal rifugio e corse davanti casa sua. Era distrutta, in mille pezzi, come il suo cuore.

– Mamma, papà! Maledizione! – gridò. Si mise a correre più veloce che poteva e gridava, gridava non si sa cosa. Arrivò su una spiaggia. Sulla riva c’era una barca piccola, piccola e abbandonata. Era di legno e ribaltata. John ci si infilò sotto e dopo un po’ si addormentò.

Quando si svegliò era mattina, John se ne accorse dalla forte luce che entrava da alcuni fori della barca. Ad un tratto John sentì qualcosa. No non era qualcosa, era qualcuno! Si avvicinava sempre di più. John alzò la barca per vedere. – Ah! – gridò John – Ma sei solo un cane! – esclamò.

Il cane gli si avvicinò. – Vuoi essere mio amico, non è vero? – gli domandò John. Il cane lo leccò sul viso, tanto da farlo ridere.

– Beh, lo prendo come un sì – disse.

– Allora, fammi pensare, dunque vediamo un po’. Perfetto! Ti chiamerò Doc! -.

Doc abbaiò, – Ti piace, vero? – aggiunse John e il cane abbaiò di nuovo.

Si fece sera. Doc si addormentò, mentre John se ne stava seduto sulla soffice sabbia e guardava le onde che arrivavano e se ne andavano.

– Proprio come mamma e papà – pensò John – Eh già, se ne sono andati e non torneranno più – continuava a ripetersi nella mente. Era così arrabbiato con se stesso! – Non dovevo lasciarli lì, dovevo rimanere con loro! – gridava nella sua mente.

Incominciò a scendergli una lacrima sul viso delicato e sporco di sabbia che andava ad appoggiarsi lì grazie al vento. Così quella notte la passò piangendo.

Si svegliò la mattina seguente con le leccate di Doc – Ehi, buongiorno! – esclamò John. Poi guardò in alto. Osservava uno stormo di uccelli. Dopo che questi ultimi se ne furono andati via, John tristemente realizzò che i suoi genitori erano morti.

Seppe che stava per partire un treno, decise che doveva prenderlo, andare altrove, trovare un lavoro qualunque fosse per sopravvivere e far tacere quell’immenso dolore che provava. Portò con sé anche il cane, era il suo amico, l’unico su cui poteva riversare il suo affetto, ora che non aveva più nessuno.

Trascorse del tempo, ma non riusciva a dimenticare, quel dolore gli mordeva il cuore e la mente. Aveva anche tanta nostalgia del suo paese, la piazzetta in cui aveva giocato con i suoi amici, il mare, la spiaggia, dove aveva passato tanti mesi estivi felici, inventando giochi spassosi e originali. Infine quella ragazza dai lunghi capelli biondi che gli faceva sentire le farfalle nello stomaco ogni volta che la vedeva. Chissà adesso dov’era e cosa faceva!

Questi pensieri lo tormentavano e un giorno decise di tornare.

Erano passati pochi anni, tuttavia sentiva fortemente la mancanza di quei luoghi semplici, ma carichi di emozione. Era come se qualcosa lo spingesse, non era solo un desiderio, sembrava una necessità. Le ore trascorse sul treno gli apparvero interminabili. Quando arrivò alla stazione del suo paese provò una grande gioia. Osservava emozionato e nello stesso tempo timoroso tutto ciò che vedeva: le case rimaste e quelle ricostruite. Tornò nel punto dove si trovava la sua casa natia, sentì un tuffo al cuore, c’era una nuova casetta. Si fermò e osservò attentamente. Nel giardinetto vide di spalle una donna affaccendata. Si chiese chi fosse. Si avvicinò e… le gambe lo sorressero a stento. Era sua madre!!

Non poteva credere ai suoi occhi. Sua madre era viva!! Era sopravvissuta e lui pensava fosse morta. Lui la chiamò, lei si voltò, non ci furono parole: si abbracciarono stringendosi tanto forte che quasi mancava il respiro.

Piansero per molto tempo, non riuscivano neanche a parlarsi; l’emozione, la sorpresa erano troppo forti. Ci sarebbe stato tempo per raccontare, ora era tempo di vivere, ricominciare a vivere davvero, sotto gli occhi felici dei luoghi cari del suo piccolo, dolce paese.

Un racconto di Adriana Angelone IE – SMS “Ovidio”

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