Graffiti Giornalino online | PER NON DIMENTICARE
16054
single,single-post,postid-16054,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,side_area_uncovered_from_content,qode-theme-ver-7.9,wpb-js-composer js-comp-ver-4.9.1,vc_responsive
 

PER NON DIMENTICARE

Il Libraio

09 Gen PER NON DIMENTICARE

Ripercorriamo insieme alcuni dei passi più tragici della storia della Shoah

“Ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.”

Così Primo Levi parla della misera condizione a cui erano sottoposti i prigionieri non solo di Auschwitz, ma di tutti i campi di concentramento. Persone, colpevoli solo di essere considerate “indesiderabili” agli occhi del mondo. Persone, private perfino della loro dignità.

Ma quando è che questa lenta discesa nell’Inferno inizia? Come il pensiero antisemita si radica nelle mente delle persone?

Gli albori della nostra storia si possono probabilmente far risalire al 1925, anno di pubblicazione del libro Mein Kampf. Molti ne avranno sentito parlare, ma in quanti lo conoscono realmente?

Attraverso esso Adolf Hitler espose il suo pensiero politico e delineò il programma del partito nazionalsocialista sotto forma di un’autobiografia che, nonostante inizialmente ignorata, divenne popolare in Germania quando Hitler acquistò potere politico, il 1º aprile 1933, poco dopo l’elezione di Hitler al cancellierato.

Da allora numerosi fanatici nazisti organizzarono boicottaggi alle attività gestite da ebrei, tra i quali spicca la Notte dei Cristalli, in tedesco Kristallnacht. Essa fu un “pogrom” condotto dagli ufficiali del Partito Nazista nella notte tra il 9 e 10 novembre 1938 in Germania, Austria e Cecoslovacchia.

In questa occasione furono bruciate o completamente distrutte almeno 1.406 sinagoghe e case di preghiera ebraiche, distrutti i cimiteri, i luoghi di aggregazione della comunità ebraica, case private, ed in particolare migliaia di negozi.

Ma l’odio razziale non colpì esclusivamente l’economia, bensì anche la vita quotidiana di ogni singolo cittadino. Ai bambini e ragazzi venne impedito lo studio nelle scuole pubbliche, in svariati negozi apparvero cartelli che vietavano l’ingresso agli ebrei, e dal 6 settembre 1941 vi fu l’obbligo di portare la stella di David sui vestiti, in modo da essere riconoscibili.

Uomini, donne, bambini, anziani, persone che fino ad allora avevano vissuto tranquillamente la loro vita, vennero messi alla gogna, scansati dalla società. L’ unica forza che possedevano, erano loro stessi, ma a volte non bastava.

Soccombere all’odio presente in quegli anni era di un’estrema facilità, perché spesso, i primi a rifiutare il contatto con gli ebrei erano gli stessi che in passato erano stati dei loro grandi amici.

Ma il momento peggiore, l’apice della follia e della malvagità nazista, arrivò il 22 marzo 1933.

Perché proprio questa data? Perché per la prima volta venne istituito uno dei simboli della Shoah stessa: un campo di concentramento. Quello di Dachau, per la precisione.

E da allora, il terrore dilagò in tutta l’Europa: molti ebrei si nascondevano in piccoli rifugi, e spesso restavano lì anche per anni, come nel caso di Anne Frank.

Ma capitava anche che i nazionalsocialisti avessero delle soffiate, e irrompessero negli alloggi segreti e catturassero i fuggitivi.

Gli ebrei venivano dapprima portati in dei campi di smistamento, nei quali erano divisi in uomini e donne, venivano loro tagliati i capelli, tatuato un codice sul polso e obbligati a cambiarsi.

Poi, erano sottoposti ad una selezione, in base alla quale si decideva se sarebbero stati subito eliminati (come nei casi di anziani e spesso di bambini) oppure se sarebbero stati trasferiti in campi di concentramento. E anche in questo caso, la loro sorte si prospettava incerta e senza dubbio disumana.

Il viaggio si compiva su treni merci di legno, privi di sedili, di cibo e perfino di servizi igienici. Il fetore era insopportabile e le malattie si trasmettevano rapidamente, portando talvolta alla morte anche prima dell’arrivo.

Ma se si sopravviveva, si doveva sperare solo di stringere i denti il più possibile.

Le donne erano destinate a lavori di precisione, come selezionare e dividere cumuli di abiti appartenuti ad altri prigionieri.

Gli uomini invece, dovevano compiere ben più faticosi, come trasportare enormi pesi o arare la terra, il tutto senza i mezzi necessari.

Ma a tutti comunque, toccava la stessa miserabile condizione di vita: i dormitori erano delle baracche di legno fredde, dure, scomode; i bagni erano composti da una specie di secchi di plastica spessa; le razioni di cibo erano minime e spesso non erano neppure sufficienti a soddisfare il fabbisogno minimo.

Ovunque si respirava un’aria acre, maleodorante, che sapeva di morte. E non c’era angolo, nei campi, dove non si trovasse desolazione, sofferenza, patimento e segni di una tortura disumana… perché il modo in cui venivano trattati i prigionieri non era paragonabile neppure alle condizioni di vita delle bestie.

In alcuni lager si trovava un “centro medico”. Ma… non crediate che lì le persone venissero curate!

Chi ci andava, difficilmente riusciva a rivedere la luce del sole.

Su di loro venivano fatti terribili esperimenti, dall’iniezione dei virus, al massacro di donne incinte e gemelli. Ad Auschwitz questo era opera di Josef Mengele: il dottor Morte.

I bambini poi, non avevano molta via di scampo: a loro veniva chiesto se volessero rivedere la loro mamma e chi si faceva avanti veniva portato immediatamente nelle camere a gas.

Ancora oggi entrare lì suscita delle fortissime emozioni, se si pensa che proprio in quelle stanze, morirono migliaia di persone, sotto atroci sofferenze. Il gas infatti era in grado di uccidere dopo circa 30 minuti.

Ma che fine facevano i corpi delle povere vittime dell’Olocausto?

Venivano profanati, umiliati, bruciati nei forni crematori. E tutti nel campo sapevano, perché quell’odore acre penetrava nei polmoni e non lasciava tregua.

Ma fuori dal lager le cose stavano piano piano cambiando e il 27 gennaio 1945 fu finalmente aperto il cancello di Auschwitz, simbolo che il mondo ormai era mutato. Ma per i circa 5-6 milioni di ebrei uccisi, ormai, non c’era più niente da fare.

Neanche i processi di Norimberga restituiranno la vita a coloro che non sono sopravvissuti.

Essi si svolsero nel Palazzo di Giustizia dell’omonima città, dal 20 novembre 1945 al 1 ottobre 1946, periodo nel quale vennero condannati molti ufficiali nazisti. Mengele riuscì a scappare, non pagando mai per i suoi nefasti crimini.

55 anni dopo, la data del 27 gennaio entrerà nella storia anche come Giornata della Memoria.

Ma cosa vuol dire, e cosa simboleggia questo avvenimento?

In questa giornata, istituita (in Italia) il 20 luglio 2000, si ricordano tutte le donne, gli uomini, i bambini e gli anziani uccisi per la follia umana, sterminati perché considerati “indesiderabili”. Persone che di fatto, non avevano colpa di nulla. Persone, che vanno ricordate ogni giorno, perché simbolo e testimonianza di ciò che è stato e che mai più dovrà accadere.

 

“Se Dio esiste, dovrà chiedermi perdono” – graffito trovato su un muro del campo di Auschwitz

 

SALVADOR VITTORIA – 2D